PARROCCHIA S. ANTONIO ABATE

Salita Villa Flavia - 98051 Barcellona P.G. (ME)

Il Paese

Quartiere di S.Antonio Abate nelle adiacenze della fontana - Fine anni '40/Inizio anni '50L'origine del paese. Lungo la strada provinciale che da Messina va a Palermo, a circa 3 Km da Barcellona  P.G. e a 40-60 metri sul livello del mare, sorge il paese di S. ANTONIO (anticamente Casale), che prende il nome dal santo anacoreta cui fu dedicata la chiesa. Esso attualmente costituisce un tutt’uno con la città di Barcellona P.G. e si estende dall’uscita della Autostrada A20 (c.da Tre Palmare) fino al torrente Termini o Patrì, toccando a monte la collina sopra la nazionale e, procedendo verso il centro della città, l'abitato esistente al di sotto della galleria della variante SS 113 e della rampa di uscita dell’Autostrada A20.

Il CASALE certamente non esisteva ancora nell’anno 1562 (sec. XVI), allorquando il Maurolìco nella sua "Storia di Sicilia" segnalava in questo posto soltanto l’esistenza di una LOCANDA, la cui localizzazione è molto difficile, ma ci si può orientare su tre nuclei:

1) Sull’attuale via Pietro Micca, alcuni ruderi inglobati in un grande fabbricato di proprietà dell’Ing. Mauro possono far supporre che detta locanda sorgesse sulla vecchia strada adiacente l’antica Saja d’Agri. Qui si notano difatti una architrave e tre colonne in pietra arenaria che sostenevano presumibilmente una tettoia;

2) La parete centrale della Villa Flavia, che è un antico edificio del 1600, presenta mura di sostegno di metri uno senza fondamenta;

3) Sulla via Medici, in località S. Antonino, esiste un gran fabbricato antico all’incrocio con la via Convento, racchiuso adesso in una nuova costruzione. Questo posto viene anch’esso denominato “Locanda“.

Intorno al 1600 si assistette ad una notevole crescita demografica ed al sorgere di nuove abitazioni, che si concentravano attorno ai due villaggi di POZZO di GOTTO e di BARCELLONA, sorti rispettivamente il primo sin dal 1463 ad opera del nobile messinese Nicolò Goto ed il secondo intorno al 1522.

Questi due villaggi, posti a cavallo del torrente Longano, cominciarono nel tempo ad assumere sempre più un volto autonomo. Da qui la decisione di Pozzo di Gotto di chiedere l’indipendenza ecclesiastica (1571) e poi territoriale (1639) da Milazzo, da cui dipendeva. Contemporaneamente, a Barcellona venne costruita, nel 1606, la chiesa madre di S. Sebastiano.

Agli inizi del XVII secolo (1600), sul versante occidentale del torrente Longano, vi erano centri di nuova formazione facenti parte del villaggio di Barcellona (i nuclei abitati dell’Immacolata, Quartalari, Fondaco Nuovo, S. Antonino, S. Giovanni, S. Sebastiano e Grazia) e i già esistenti casali di Nasari e S. ANTONIO. Sul versante orientale del Longano, invece, esistevano sette villaggi compresi nel territorio di Pozzo di Gotto: S.Gaetano, S.Andrea, Pagano, Caldora (oggi Calderà) e la Torretta (oggi nel comune di Milazzo). Verso monte esistevano Loreto, Femmina Morta, Serro di S.Andrea (oggi Carmine), oltre al villaggio di Pozzo di Gotto, formato dai nuclei di Panteini, Pizzo Castello, S.Vito e Marsalini.

I villaggi formatisi nel tempo sui due versanti del torrente Longano furono aggregati velocemente dal tracciato della prima via, avente direzione est-ovest, chiamata via Regia delle Poste. Questo asse di collegamento, che partiva da Pozzo di Gotto e arrivava fino a Fondaco Nuovo, attraverso la via Parini, Grazia, Villaggio Immacolata e Quartalari, assicurò per ben due secoli lo scambio tra i vari nuclei che andranno sempre più crescendo. Tra questi anche il Casale di S. ANTONIO (che cominciò ad esistere con le sue prime abitazioni tra il 1562 e il 1600) usufruì di questo sviluppo. Favorirono  questo sviluppo:

Dalla "Relazione" dell’arciprete Cutropia del 1731, il CASALE di S. ANTONIO era abitato da 100 persone e poi da 283. Un altro storico, il Massa, distingueva questo nucleo col nome di Casale. Fino al 1731, però, il nucleo non aveva tale nome bensì quello di semplice ABITAZIONE e stava soggetto alla chiesa di Centineo.

Nel 1639 venne costruita una fontana, come si può leggere sulla lapide che era sovrapposta e che oggi si trova giacente nella Biblioteca Comunale. L’esistenza di questa fontana dà l’idea dell’espansione di questo primo agglomerato che prenderà il nome di CASALE nel 1731. Era molto vasta con un abbeveratoio e sul frontespizio vi era collocata la suddetta lapide incisa su ambedue le facciate: una scritta, più antica, è del tempo di Filippo IV (1621-1665), l’altra è del tempo di Carlo III (1716-1788).

 

La prima scritta è la seguente:

D.O.M.

PHO IIII SICILAE ET HISP. REGE

PATRIBUS CONSCI

HYACYNTHO CUCUZZA – STEPHANO LAPIS

GASPARE SUBTILI ET CAROLO ALESSANDRO

SAEPIUS HOC DULCI SATIAT PAN GUTTURA RORE

PAN QUI SERIADIS FLAGRAT AMORE DEAE

HIC SEDIT LA VITQUE GENAS TERSITQUE CAPILLOS

UT STRAVIT PAVIDAS CASTA DIANA FERAS

DUM LEVIS SPIRAT ZEPHIRUS REQUIETUS IN UMBRA

HIC QUOQUE TU LONGUM FAVE VIATOR ITER.

MDCXXXIX

La frase tradotta vuol dire:

A Dio Ottimo Massimo

Filippo IV re di Spagna e di Sicilia

Padri coscritti Giacinto Cucuzza – Stefano Lapis

Gaspare Sottile e Carlo Alessandro

Molte volte il Dio Pan sazia la gola con queste dolci acque

Pan che arde di amore per la dea Seriade

Qui siede e lava le guance e terge i capelli

la casta Diana dopo aver abbattuto le timide fiere

mentre soffiava il lieve zefiro riposando sdraiato nell’ombra

qui anche tu viandante allevia il lungo cammino. 

1639

Sull’altra facciata è scritto:

D.O.M.

CAROLO III BORBONIO

UTRIUSQUE SICILAE HYERUSALEM REGE

HISPANIARUM INFANTE

SPECTABILIBUS PATRIBUS CONSCRIPTIS

IOSEPHO MAYMONE, N.I.D PHILIPPI BUCALO

MICHAELE ANGELO STYLO, ET MELCHIORE LONGO

QUEM PRISCI POSUERE, EXACTAQ, SUSTULIT AETAS,

REDDITUR IRRIGUIS FONS REVIVUS AQUIS,

QUISQUIS ES, OPTATAE FRUERIS QUI MUNERE

LINPHAE ACCEPTUM HOC REFERAS PATRIBUS OFFICIUM

ANNO A VIRGINIS PARTU MDCCLIV

Lapide della fontana di S.Antonio Abate

Nel 1817 S. Antonio, come Nasari e Centineo, entrò sotto la giurisdizione di Barcellona per l’ambito provvisorio accordatole con determinazione del 22 settembre dello stesso anno. La chiesa veniva retta, come negli altri casali, da un cappellano scelto dall’arciprete. 

La popolazione, al 31 dicembre 1861, era di 621 anime, 121 famiglie e 43 case disabitate. Tra S. Antonio e Barcellona, presso la casa di “Torre Longa“, esistevano due gruzzoli di case denominate FONDACO NUOVO, che non erano un villaggio né vi era una chiesa e facevano parte del Casale di S. Antonio. Nelle vicinanze, presso la spiaggia, sorgeva la vecchia torre di vedetta detta del Cantone o dei Cantoni, posseduta dalla famiglia Picardi.

La Torre del Cantone o dei Cantoni. La Torre dei CantoniGiovanni de Vega, vicerè in Sicilia per l’imperatore Carlo V, volendo difendere le coste dell’isola dalle continue incursioni dei Mori dell’Africa guidati da Rais Drautte, famoso corsaro nel Mediterraneo, ordinò nel 1549 che fossero edificate intorno al litorale 37 torri di vedetta, che con fuochi in tempo di notte e con corrieri di giorno, dessero avviso ai paesi vicini dell’avvicinamento delle navi nemiche. Non essendo state queste torri sufficienti, mal provvedute e rovinate, i Siciliani nel Parlamento del 1579 decretarono un donativo di diecimila scudi perché fossero restaurate e se ne costruissero altre provviste di custodi e di tutti gli strumenti necessari a scoprire le navi. I Castrorealesi, in quello stesso anno, con un dispaccio dato a Palermo il 20 marzo, ottennero, dal vicerè Marco Antonio Colonna, il privilegio di un caricatore nella marina con "una muy buena torre con sus propugnacolos y con todas las atras cauthelas necessarias conforme que tienen los otros discaricadoros". Sembra che non abbiano mai avuto quel caricatore, perché altrimenti non avrebbero sentito il bisogno di ottenere poi dal re Filippo IV lo scalo per i commerci marittimi. Questa torre è quella del Cantone, poiché altra non è mai esistita nella spiaggia più vicina al territorio di Castroreale. La torre era ed è tuttora in prossimità della costa, in località Cantoni, tra le foci del torrente Patrì e l’allora esistente Saja d’Agri. Nel tempo delle guerre di Napoleone Bonaparte fu posto dagli Inglesi un telegrafo a palo che durò per alcuni anni; abbandonata dal governo, passò in potere ai privati. Vicino c’erano poche case, magazzini e la chiesetta di Santa Maria della Sacra Lettera, che fu iniziata nel 1721 a spese dei marinai e degli abitanti vicini e che fu poi abbandonata. Nella divisione provvisoria del territorio di Barcellona da quello di Castroreale quel tratto di spiaggia con la torre restò soggetto a Castroreale; ma poi, per la definitiva separazione del 1823, entrò nel territorio e nella giurisdizione di Barcellona. Su quel tratto di spiaggia era facile l’approdo di navi a vela che esportavano agrumi, vasi di creta per olio ed altro. In tempi successivi, la torre del Cantone fu restaurata ed adibita ad abitazione privata che ne ha alterato radicalmente l'aspetto di torre di avvistamento. Unici elementi rimasti sono i cantonali di pietra. Inoltre, alle varie modifiche si aggiunsero in particolare una elevazione della terrazza, l’inserimento di persiane alle finestre, di un balcone su mensole, il ricoprimento esterno con intonaco di cemento grigio e la scala di accesso munita di ringhiera in ferro.

Chiesa dello scaro delli Cantoni. Dalla relazione dell’arciprete di Castroreale in occasione della Visita Pastorale del 1731, si sa che nei pressi di questa torre vi era una piccola chiesa costruita verso il 1721, chiamata “CHIESA DELLO SCARO DELLI CANTONI“, sotto titolo della Beatissima Vergine della Lettera, che si manteneva senza rendite ma con le elemosine di quegli abitanti che ricevevano i sacramenti dal Casale di Centineo; la messa per ogni festa dell’anno era mantenuta dai devoti e dai marinai. Fu abbandonata verso la fine del 1800 e oggi il luogo in cui essa sorge è quello della Torre dei Cantoni, dove esisteva lo scalo, cioè la “Statio marittimis negotiis agendis“ concessa a Castroreale dal re Filippo IV nel 1639 e ricordata dalla lapide marmorea di Piazza delle Aquile, a Castroreale.

Cappella privata Silipigni. Nella piazza Mazzini, a S. Antonio, si trova unCappella Silipigni complesso padronale costituito da palazzo, casa colonica e una chiesetta padronale: la CAPPELLA PRIVATA SILIPIGNI. Caratteristica è la semplice facciata delimitata da due piccole torri campanarie terminanti con copertura a piramide. Fra le due torri c’era un alto timpano con nicchia del santo a cui era dedicata la chiesa (sconosciuto il santo perché la raffigurazione non esiste più da tempo) e un portalino in pietra. I componenti della famiglia Silipigni erano dei baroni della Terza Dogana di Catania il cui stemma nobiliare era rappresentato da uno scudo diviso in due parti uguali in senso verticale: nella prima parte, su fondo azzurro, vi erano tre pini al naturale posti su un terreno verde, sormontati da tre stelle d’oro, ordinate nel capo che è di Silipigni; nella seconda parte, sempre su fondo azzurro, c’era il braccio destro di Ciancialo, impugnante una mazza colorata di nero e circondata da tre stelle d’argento.

Cappella PicardiCappella privata Picardi. Questa cappella privata, appartenuta alla nobile famiglia PICARDI, ha un prospetto assai semplice ed è situata nei pressi della Torre del Cantone. Sicuramente in passato serviva la comunità marina che si veniva costituendo intorno a questa opera di fortificazione, dopo che la torre perse il suo ruolo strategico. Il sacerdote Mariano Maio ha assicurato, negli anni del suo ministero, la celebrazione della messa domenicale affidando il servizio a diversi sacerdoti, fra i quali si ricordano p. Patanè e p. Crinò. I frequentatori di questa cappella si impegnavano anche a fare la processione di Gesù Bambino e del Corpus Domini.

Torrione Saraceno

Torrione Saraceno. Nella via Torrione al numero 6 è ubicato un edificio a pianta quadrata, i cui lati interni misurano m. 5,50 circa, con muri in pietrame dello spessore di cm. 95, parzialmente inglobato da edifici rurali costruiti attorno nel corso dei secoli. La copertura consiste in una volta a vela, ottenuta dall'intersezione di una cupola semisferica con le quattro pareti della pianta quadrata inscritta nel cerchio di base, secondo un procedimento costruttivo tipico dell'architettura bizantina in uso sin dal IV secolo. All'interno del "Torrione", agli angoli della cupola, sono visibili quattro anelli in ferro ed un'altro è posto al centro. L'altezza attuale dell'edificio è di m.  5,20 circa, ma certamente una parte è interrata, in quanto le varie alluvioni nel corso dei secoli hanno progressivamente innalzato il livello del terreno. Lo prova il fatto che i fori pontai, utilizzati anticamente per mettere le travi in legno provvisorie durante la costruzione, si trovano, a partire dalla quota attuale, a circa 40 centimetri dal pavimento, mentre questi buchi andavano invece realizzati ogni m. 1,80 circa.