PARROCCHIA S. ANTONIO ABATE

Salita Villa Flavia - 98051 Barcellona P.G. (ME)

 

Il Santo

La Vita. Antonio nacque in Egitto, a Coma, una località sulla riva sinistra del Nilo, intorno all'anno 250, da agiati agricoltori cristiani. Purtroppo rimase orfano prima dei vent'anni, con un patrimonio da amministrare ed una sorella minore cui badare. Dopo questo luttuoso evento, un giorno, entrato nella chiesa dove andava di solito, udì le parole del Vangelo: "Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi" (Mt. 19,21). Antonio sentì questo invito come rivolto a lui e, distribuiti i beni ai poveri e affidata la sorella ad una comunità femminile, seguì la vita solitaria che già altri anacoreti facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.

Si racconta che ebbe una visione in cui un eremita come lui riempiva la giornata dividendo il tempo tra preghiera e l'intreccio di una corda. Da questo dedusse che, oltre alla preghiera, ci si doveva dedicare a un'attività concreta. Così ispirato, condusse da solo una vita ritirata, dove i frutti del suo lavoro gli servivamo per procurarsi il cibo e per fare carità. In questi primi anni fu molto tormentato da tentazioni fortissime, dubbi lo assalivano sulla validità di questa vita solitaria. Consultando altri eremiti venne esortato a perseverare. Lo consigliarono di staccarsi ancora più radicalmente dal mondo.

Avendo appreso dalle Scritture che molte sono le insidie del nemico, Antonio si dedicò intensamente all’ascesi, trattando sempre più duramente il suo corpo perché non cadesse in altre tentazioni. Decise perciò di abituarsi a un regime di vita più rigido, sopportando sempre più facilmente la fatica, vegliando a lungo e mangiando una sola volta al giorno dopo il tramonto (a volte ogni due giorni, spesso ogni quattro): si nutriva di pane e sale e beveva solo acqua; per dormire gli bastava una stuoia, ma dormiva per lo più sulla nuda terra.

Regolata così la sua vita, coperto solo da un rude panno, si chiuse in una grotta scavata nella rocca nei pressi del villaggio di Coma. In questo luogo fu aggredito e percosso dal demonio; senza sensi venne raccolto da persone che si recavano alla tomba per portagli del cibo e fu trasportato nella chiesa del villaggio, dove si rimise.
 
In seguito Antonio si spostò verso il Mar Rosso, sul monte Pispir, dove esisteva una fortezza romana abbandonata, con una fonte di acqua. Era il 285 e rimase in questo luogo per 20 anni, nutrendosi solo con il pane che gli veniva calato due volte all’anno. Qui egli proseguì la sua ricerca di totale purificazione, pur essendo aspramente tormentato, secondo la leggenda, dal demonio.
 
Con il tempo molte persone vollero stare vicino a lui e, abbattute le mura del fortino, liberarono Antonio dal suo rifugio. Su quelle alture sorsero i primi monasteri abitati da monaci, che si ponevano sotto la guida spirituale di Antonio.

Il Signore aveva concesso ad Antonio il dono della parola: egli consolava coloro che erano afflitti, riconciliava quelli che erano in lite e convinse molti ad abbracciare la vita solitaria; inoltre si dedicò a lenire i sofferenti, operando, secondo tradizione, "guarigioni" e "liberazioni dal demonio".

Il gruppo dei seguaci di Antonio si divise in due comunità, una a oriente e l'altra a occidente del fiume Nilo. Questi Padri del deserto vivevano in grotte e anfratti, ma sempre sotto la guida di un eremita più anziano e con Antonio come guida spirituale.
 
Anche Ilarione visitò nel 307 Antonio, per avere consigli su come fondare una comunità monastica a Gaza, in Palestina, dove venne costruito il primo monastero della cristianità.
 
Nel 311, durante la persecuzione dell'Imperatore Massimino Daia, Antonio tornò ad Alessandria per sostenere e confortare i cristiani perseguitati. Non fu oggetto di persecuzioni personali. In quella occasione il suo amico Atanasio scrisse una lettera all'imperatore Costantino I per intercedere nei suoi confronti.
 
Tornata la pace, pur restando sempre in contatto con Atanasio e sostenendolo nella lotta contro l'Arianesimo, visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide, pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento.

Sentendo ormai vicina la morte, Antonio si recò per l’ultima volta a visitare i suoi monaci, esortandoli a non scoraggiarsi nella pratica ascetica. Ritornato al suo eremo, si ammalò e predisse ai discepoli Macario e Amathas la sua fine imminente e lasciò loro il suo testamento:

“Io, come sta scritto, me ne vado per la via dei padri. Sento che il Signore mi chiama, voi siate vigilanti e non lasciate che si perda il frutto della vostra ascesi, ma preoccupatevi di tener viva la vostra sollecitudine come se cominciaste soltanto adesso. Conoscete le insidie dei demoni, sapete quanto sono feroci eppure deboli. Non temete, dunque, ma respirate sempre Cristo e abbiate fede in Lui. Vivete come se doveste morire ogni giorno, vigilate su voi stessi, ricordate le esortazioni che avete udito da me. Non abbiate alcun rapporto con gli scismatici, nessun rapporto con gli eretici Ariani. Sapete come anche io li evitassi perché sono eretici e combattono il Cristo. Cercate piuttosto, anche voi, di unirvi sempre al Signore e ai santi perché ,dopo la vostra morte, vi accolgano nelle dimore eterne come amici e familiari. A questo pensate e comprendetelo. E se mi volete bene, non permettete che il mio corpo sia portato in Egitto perché non accada che sia messo in qualche casa. E’ per questo motivo che sono rientrato sulla montagna e sono venuto qui. Seppellite voi il mio corpo e nascondetelo sotto terra e custodite in voi la mia parola, perché nessuno, tranne voi soli, conosca il luogo dove è deposto il mio corpo. Nel giorno della Resurrezione dai morti io lo riceverò incorrotto dal Salvatore. Dividetevi le mie vesti, al vescovo Atanasio date la mia pelle di pecora ed il mantello su cui mi stendo; al vescovo Serapione date l’altra pelle di pecora; voi tenete la veste di pelo. Per il resto, figlioli, cercate la vostra salvezza. Antonio se ne va e non è più con voi “.

Antonio si spense all’età di 105 anni, il 17 gennaio del 356 e venne sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto.

La fama della sua santità si era già diffusa in tutto il mondo cristiano.

Le Opere. S. Girolamo ci fa sapere che Antonio scrisse sette lettere ai suoi discepoli. Di esse ne rimane una sola autentica, quella indirizzata all’abate Teodoro e ai suoi monaci (la prima). Le altre lettere ricordate da S. Girolamo sembrano perdute, quelle pervenute in latino non possono identificarsi con queste. Le istruzioni che Antonio dava ai monaci, tranne quelle conservate da S. Atanasio, sono perdute.                                             

Le Reliquie di S. Antonio. Verso il 561, sotto Giustiniano, fu scoperta la sua sepoltura grazie ad una rivelazione e le reliquie furono trasportate ad Alessandria d’Egitto e deposte nella chiesa di S. Giovanni Battista. Nel 635, in occasione dell’invasione araba in Egitto, i resti mortali di S. Antonio furono traslati a Costantinopoli da dove un crociato, di ritorno dalla Terra Santa, li portò in Francia, a Saint-Didier de la Motte (sec. XI). La chiesa costruita per accoglierli fu consacrata da Callisto II nel 1119 e vicino ad essa sorse un ospedale condotto dagli Antoniani, che accoglieva numerosi pellegrini che vi si recavano per invocare il Santo, che godeva la fama di guaritore dall’ergotismo (malattia chiamata ignis sacer o fuoco di S. Antonio). In seguito i resti di Antonio furono traslate a Saint-Julien presso Arles (1149).

La Devozione. Sant'Antonio Abate, venerato come uomo di Dio, ebbe subito un gran numero di devoti, attratti dalla sua santità fatta di profonda saggezza, preghiera e lavoro, di lotta al male che umilia e impoverisce l’uomo, di amore per i poveri, gli umili, i malati. Il culto di Sant'Antonio cominciò, per certi aspetti, durante la sua vita. S. Girolamo attesta, infatti, le preoccupazioni del Santo perché un certo Pergamo, ricco signore dell’Egitto, si riprometteva di trasportare il corpo nella sua proprietà per erigergli una chiesa. S. Atanasio, che riferisce il divieto posto da Antonio ai due discepoli di manifestare il luogo della sepoltura, conservò con grande venerazione la tunica ed il mantello che egli stesso, molti anni prima, gli aveva regalato. Ma il culto di Antonio varcò ben presto i confini dell’Egitto e si diffuse in Oriente e Occidente. S. Eutimio, abate in Palestina, ne fece celebrare la festa il 17 gennaio e presto fu imitato da Costantinopoli e dal mondo Occidentale. Il popolo faceva ricorso a lui contro la peste, contro i morbi contagiosi e contro il cosiddetto "fuoco di S. Antonio". Il culto del Santo conobbe nuovo impulso e più ampia diffusione in Occidente quando la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine (sec. XIII) ne fece conoscere la figura, arricchita anche da tradizioni popolari che la resero più colorita e suggestiva.

Da allora fu la gente dei campi ad eleggerlo universalmente come  PROTETTORE DEGLI ANIMALI DOMESTICI, estremamente importanti in una società essenzialmente agricola. Antonio stesso si dedicava al lavoro della terra, dalla quale traeva il suo sostentamento e ciò che gli serviva per far la carità a chi andava a trovarlo. Nonostante i cambiamenti della società, la devozione a S. Antonio Abate è rimasta viva e ha saputo trovare nuove motivazioni e nuove forme per invocare sempre il patrocinio di questo Santo.

Le Tradizioni Popolari. Nel corso dei secoli la devozione a S. Antonio ha dato vita, in tutta la penisola, ad innumerevoli manifestazioni di carattere religioso-folkloristico, molte delle quali ancora sopravvivono. Ecco le più significative e ricorrenti nel giorno della festa, 17 gennaio, che si celebra sin dal 473.

La benedizione degli animali, del pane e delle fave. Il 17 gennaio, sui sagrati e le piazze di molte chiese, si svolge la benedizione degli animali, abbelliti per l’occasione con nastri e nappe variopinte: cani d’ogni razza, gatti, uccelli, tartarughe, criceti, pesciolini ed anche agnelli, pecore, capre, cavalli. Si rinnova così una tradizione secolare, che ha ripreso vigore grazie anche alla riscoperta della natura, alla cultura ecologista, all’amore verso gli animali. In molte località permane ancora l’uso di distribuire il pane e le fave benedette (in luogo di queste si usano anche ceci, grano e granoturco bolliti). Di frequente, dopo la benedizione degli animali, i proprietari che portano cavalli, asini, muli, lanciano gli animali in una corsa sfrenata per le vie della città.  

Il fuoco. La sera della vigilia della festa del Santo viene acceso un fuoco di grandi dimensioni che brucerà per molte ore della notte. Intorno ci si intrattiene a lungo, conversando e arrostendo salsicce e carne di maiale. In alcuni paesi il giorno della festa vengono prelevati i carboni spenti e portati nelle stalle come gesto propiziatorio.

La questua. In occasione della festa del Santo, gruppi di giovani ed uomini mascherati vanno di casa in casa cantando appositi canti e ricevendo in compenso generi alimentari (anche carne di maiale) che poi verranno mangiati in compagnia.

Le rappresentazioni della lotta con il demonio. In molte località vige la tradizione di rappresentare scenicamente gli assalti portati dal demonio al Santo eremita. Personaggi vestiti da demoni ingaggiano una battaglia con un attore che impersona S.Antonio, che, alla fine, riesce a metterli in fuga e a farli cadere a terra sconfitti.

Il porco di S. Antonio. Una usanza ormai scomparsa era quella di allevare un maialino che poteva girare liberamente per l’abitato e che veniva alimentato da tutto il popolo. In occasione della festa del Santo, l’animale, detto “ il porco di S. Antonio “, veniva ucciso e le sue carni date ai poveri della comunità o vendute per finanziare la festa del Santo.

Le Immagini del Santo. Sono innumerevoli le immagini di S. Antonio Abate. Egli viene di solito rappresentato come un vecchio monaco, dalla fluente barba bianca, avvolto in un ampio saio. Alcuni elementi caratteristici accompagnano la figura del Santo:

Il bastone. Nell’iconografia più antica si presentava nella sua forma normale. In seguito prese la forma di “ tau “, cioè la croce egiziana. Verrà anche applicato come distintivo sul mantello del Santo.

Il campanello. Questo elemento si può ricollegare all’usanza degli Antoniani di allevare maiali vaganti in libertà e mantenuti dalla carità pubblica. Questi animali erano riconosciuti da un campanello attaccato al collo o ad un orecchio.

Il porco. Il motivo per cui ai piedi di S. Antonio viene rappresentato un maialino potrebbe significare la protezione del Santo su questo animale e su tutti gli animali domestici, oppure rappresentare il demonio che, sconfitto dal Santo, è condannato a seguirlo docilmente. Altro motivo potrebbe dipendere dal fatto che gli Antoniani allevavano maiali, con il grasso dei quali curavano il cosiddetto "Fuoco di S. Antonio".

La fiamma. Il fuoco che appare nelle immagini del Santo può essere ricollegato all’azione di S. Antonio contro il fuoco infernale o alla sua protezione sui malati di ergotismo o "Fuoco di S. Antonio".

Più tardi il Santo venne invocato come protettore degli incendi.

Il libro. Il libro che il Santo regge nella mano in molte raffigurazioni richiama alla REGOLA da lui scritta per i monaci.

Il fuoco di S.Antonio. L’ergotismo, detto anche “fuoco di S. Antonio“, fu nel Medioevo una delle malattie più temute che mieteva numerose vittime. Si trattava di una intossicazione di origine alimentare provocata dall’ingestione di farine cereali contenenti gli sclerosi della segale cornuta. La malattia cominciava con un senso di intenso bruciore e provocava nel malato il disseccamento dei tessuti e la cancrena, portando alla perdita degli arti, che talvolta venivano amputati per impedire il diffondersi dell’infezione. Scomparso l’ergotismo, il "fuoco di S. Antonio" indicò l’herpes zoster, un’affezione che colpisce le cellule nervose e si manifesta con fenomeni epidermici localizzati lungo il decorso dei nervi.